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Joseph O'Leary è un teologo di origine irlandese che vive e insegna in Giappone. Lo scorso dicembre ha visitato l'Italia e ha sentito parlare spesso delle ingerenze della Chiesa nella vita politica del nostro paese. Ne ha scritto sul suo blog, dove c'è anche un riferimento a Sante Ragioni: "A quite powerfully argued book by a biologist and a philosopher (Castellacci and Pievani) warned of the peril this posed to Italian democracy." (Un libro argomentato in modo piuttosto potente, di una biologa e un filosofo, ammoniva sul pericolo posto da questa [ingerenza] per la democrazia italiana).

O'Leary parla di libertà religiosa, e lo fa dal punto di vista della Chiesa cattolica e della sua organizzazione. Ma l'argomento non è facile anche da un punto di vista laico. La mia impressione infatti è che chi, in Italia, non ne può più delle ingerenze vaticane e di tutto lo spazio loro dedicato, sia portato a pensare che la soluzione al problema sia una formula di questo tipo:
  • La Santa Sede è uno stato estero, con cui intratteniamo rapporti di buon vicinato senza ingerenze reciproche.
  • La religione è un fatto privato, da coltivare in luoghi appositi, con una presenza minima nello spazio pubblico.
Una soluzione di questo genere potrebbe (idealmente) risolvere il problema delle ingerenze. Ma a voler scavare un po' più a fondo, quanto sarebbe una soluzione democratica? Il problema è che la religione cattolica è portata a riversarsi sullo spazio pubblico. Vuole cambiare il mondo. Possiamo risparmiarci le ingerenze della Chiesa senza imporre alla religione di cambiare se stessa?

Qui mi posso collegare alla riflessione di O'Leary. Per molte persone, dice il teologo, il dominio della politica si riduce a due realtà: lo Stato impersonale da una parte e il cittadino solitario dall'altra, il cui unico momento per contare qualcosa è nel segreto dell'urna. Questa idea contribuisce a spoliticizzare i cittadini.
La spoliticizzazione dei giovani, la loro riduzione allo stato di docili consumatori, è un grande tradimento [...]. La Chiesa ha giocato la sua parte in questo depotenziamento della gioventù, aizzando i giovani su cause ristrette, come la crociata sull'aborto, e scoraggiando un impegno critico sulle ingiustizie sociali, come era stato sollecitato da Gaudium et Spes, Populorum Progressio e dai tanto vituperati movimenti della Teologia della Liberazione.

Una democrazia in cui il cittadino si sente impotente è una democrazia minacciata. E' soggetta non solo a tendenze totalitarie dall'alto, ma allo scatenamento dal basso di un'irrazionale psicologia di massa. Vivere in una democrazia dovrebbe essere un'educazione politica costante, una crescita di tutte le virtù politiche. Se queste virtù si atrofizzano, il loro posto viene preso da forme primitive di comportamento sociale, le stesse che la democrazia avrebbe dovuto superare. Anche in questo caso, una Chiesa che pone una enorme enfasi sui raduni di massa e nessuna enfasi sulla consultazione e il dialogo ha dato un contributo negativo alla cultura democratica.
O'Leary vede in una Chiesa decentralizzata, in cui le comunità locali godano di una forte autonomia, una possibilità per i cattolici di contribuire alla crescita democratica. E osserva giustamente che questa idea è difficile da accettare non solo per le gerarchie ecclesiastiche, ma anche per i cittadini.

Sì, è difficile da accettare anche per me. Trovo condivisibile l'analisi di O'Leary dei rischi che corre la democrazia (che sarebbe stupido attribuire solo, o principalmente, alle ingerenze della Chiesa), ma resto dubbiosa sul fatto che una Chiesa con maggiore libertà di azione si muoverebbe nella direzione da lui auspicata:
Quando si legge della "libertà di azione" della Chiesa in Dignitatis Humanae (par. 13) non si dovrebbe pensare alla libertà delle gerarchie di intervenire nella politica, ma alla libertà della gente di Dio di dare un contributo creativo alla costruzione di una comunità giusta e pacifica.
Comprendo che O'Leary ha in mente una Chiesa diversa da quella che c'è oggi, e sono certa che non mancano tra i cattolici persone che condividono questa missione, e che sono consapevoli che uno Stato laico renderebbe più libere anche loro. Provvisoriamente, mi sentirei di concludere che non ci sono soluzioni preconfezionate da applicare, ma un dialogo da costruire.


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